Giuro

“Dottoressa, mi mette una firma sul Giuramento di Ippocrate?”

L’ho fatto di fretta,non ho assaporato quel momento. L’ho preso come una delle tante formalità, una delle tante scartoffie da compilare per l’iscrizione all’Ordine dei Medici. Lo conoscevo già quel Giuramento, sapevo cosa dice, qual è il principio che ha spinto la sua stesura. Non mi è sembrato rilevante leggerlo punto per punto.Poi l’ho fatto a casa. E ho realizzato la cosa che per anni mi era sembrata scontata e banale: non si tratta solo di fare il medico, si tratta di essere un medico. 

Ho ripensato alla mia firma in fretta e furia un paio di giorni fa, quando ho letto sul web della morte di Mohammed Wasim Moaz, un mio collega appena 10 anni più grande di me. 

Lui, unico pediatra rimasto ad Aleppo, in Siria, ucciso da un bombardamento aereo nei pressi dell’Ospedale dove esercitava. Era questo quello che faceva Mohammed ad Aleppo, questa la sua missione: mettere a repentaglio la sua vita pur di aiutare dei bambini che hanno la sfortuna di vivere in un mondo terribile. 

Verrebbe da pensare che, in fondo, quello è il suo lavoro, che se si è sobbarcato tanti libri da studiare aveva un interesse grande per la medicina. Ma, fidatevi, mentre passi le tue giornate a imparare come si legge un elettrocardiogramma o quale farmaco va dato prima in caso di pressione alta, non pensi che, se dopo qualche anno dalla tanto agognata iscrizione all’Ordine dei Medici scoppiasse una guerra nel tuo Paese e ti trovassi a dover fronteggiare centinaia, migliaia di feriti, dovresti fare delle scelte, dovresti affibbiare un “codice nero” ad una persona che non respira, che in una situazione normale avresti cercato di rianimare, ma che, in quella circostanza hai il dovere di lasciar morire, perché ti farebbe perdere tempo ed energie che, invece, hai il dovere di canalizzare verso chi ha qualche possibilità di sopravvivere. Mentre studi come accorgerti in fretta di un tumore al colon o quando operare le vene varicose, non pensi che, se scoppiasse una guerra, dovresti decidere se salvare i tuoi pazienti o salvare te stesso. Non ci pensi.

Mohammed doveva sposarsi a breve, non vedeva i suoi familiari da 4 mesi e gli era stato consigliato di andare via da Aleppo per mettersi in salvo.

Ma è rimasto lì. Perché era un medico. E un medico non abbandona i suoi pazienti. Un medico non molla, un medico lotta. Un medico resta lì, a salvare il salvabile. Mohammed lavorava per Medici senza Frontiere. Si, lavorava. Tecnicamente, Mohammed è morto sul posto di lavoro.

E nel Giorno della Festa dei Lavoratori, quel giorno che qui a Roma tutti aspettiamo per il Concertone di Piazza San Giovanni, penso a lui. E alla mia fretta nel firmare il Giuramento di Ippocrate. Quel Giuramento che, forse, può dare un senso all’insensata morte di un medico che voleva solo aiutare dei bambini.

“Giuro di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale.”

Giuramento di Ippocrate,testo moderno

Annunci
Pubblicato in Diritti umani | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Arcobaleno

Il mio primo contatto con il mondo LGBT è avvenuto circa 3 anni fa. Ero appena diventata attivista Amnesty International e, in quanto tale, dovevo partecipare ad una formazione organizzata dalla ONG. “Iniziamo già da un tema difficile”, pensai mentre ero in metro verso la sede della formazione. Avevo tanti interrogativi, derivanti da quel poco che già sapevo sui gay, le lesbiche, i bisessuali e i transessuali. Tanti dubbi, tante domande e tante convinzioni. Iniziò la formazione e mi presentarono subito una sigla diversa da quella che conoscevo. Non si parlava più di LGBT, ma di LGBTIQ. La T diventò transgender. La I stava per intersessuali. La Q per queer. Non riuscivo a comprendere bene la differenza tra questi “gruppi”, mi sembravano dei concetti troppo sfumati. Allo stesso tempo, iniziavo a toccare con mano quanto l’argomento fosse complicato. Poi, ad un certo punto, prese la parola l’ospite esterno presente alla formazione: era uno dei membri di Famiglie Arcobaleno, associazione di coppie omosessuali che hanno dei figli. Ci raccontò di come funziona la maternità surrogata, della trafila che bisogna fare per portare un figlio nato in America fino in Italia e di come l’Italia riconosca un legame di parentela tra i bambini e uno solo dei suoi genitori. Andai via dalla formazione più confusa di come ci ero arrivata.

Poi ci furono nuove formazioni, il Gay Pride. Ho conosciuto molti gay, qualche lesbica, un paio di transessuali. E il mondo LGBT è diventato più vicino.

Poi ho visto come un Policlinico Universitario gestisce la burocrazia in questi casi. Ho visto la difficoltà nell’ottenere un consenso informato per un paziente in coma il cui unico contatto era il compagno omosessuale, che, per legge, era per lui un perfetto sconosciuto il quale, ovviamente, non poteva deciderne il trattamento. Ho visto la difficoltà nel sistemare un paziente transessuale in reparto (“ma lo mettiamo nella stanza donne o in quella uomini?”) perché per la legge lui non era ancora uomo, ma non era nemmeno più donna.

Ho raccolto testimonianze, parlato con miei coetanei. Una volta, alla Sapienza, l’Università alla quale chiunque associa un’immagine di apertura, di innovazione, quasi di anticonformismo, ho passato 20 minuti seduta su un prato a tentare di convincere uno studente di Giurisprudenza che l’omosessualità non è una malattia, che nessun gay, in un mondo in cui viene insultato ogni volta che è possibile, si sognerebbe di decidere di essere tale, ma che così ci è nato. E che, esattamente come me, ha tutto il diritto di voler passare la vita con la persona che ama, di viverci insieme, di essere tutelato se finisce in ospedale e ha bisogno che il compagno gli presti assistenza. Ma niente, me ne andai sconfitta. Il futuro giurista non era convinto.

È un tema complesso quello dei diritti LGBT, che l’avvento dell’opinione facile su Facebook ha solo ulteriormente complicato. Si confondono tante cose, si mischia la maternità surrogata con l’unione civile, si chiede il mantenimento della “famiglia tradizionale” mentre ci si pongono pochi problemi morali in caso di divorzi, tradimenti e compagnia bella. Ma, cosa che più di tutte mi sorprende, ci si immischia nella vita degli altri senza averne nessun diritto. Martin Luther King diceva “La mia libertà finisce dove comincia la vostra.” Ci sentiamo davvero così importanti da voler negare un’unione tra persone dello stesso sesso che non comporta nessun cambiamento nella nostra vita?

Dopo 3 anni di attivismo per i diritti omosessuali, ho molti meno dubbi, ma ancora tante domande. Devo ancora farmi un’idea chiara su tante questioni, ma di una cosa sono certa: per alcuni versi, provo una certa invidia nei confronti degli LGBT. Perché la forza e il coraggio che hanno nel chiedere che siano riconosciute per legge le loro relazioni è la più grande prova d’amore che si possa desiderare.

Pubblicato in Diritti umani | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Il Ritmo nel Sangue

Scrivo questo post nel bel mezzo di un weekend molto molto particolare.
Due eventi importanti per la cultura popolare salentina si tengono, in contemporanea, a pochi chilometri di distanza: più vicino alla costa Adriatica, a Melpignano, la Notte della Taranta; per il lato Ionico, a Seclì, la Sacra de la Carne de Cavaddhru.
Eventi molto diversi tra loro, ma con alcune cose in comune: le gonne lunghe, i fazzoletti che sventolano, i tamburelli, la pizzica. Mi capita spesso, parlando con persone di altre province d’Italia, di sentirmi rivolgere la fatidica domanda:
“Ah ma sei salentina? E sai ballare la pizzica?”
“Certo”, rispondo io,“perché la pizzica mi scorre nelle vene”.
E allora mi metto a spiegare la storia della pizzica, delle Tarantate, della Cappella di San Paolo a Galatina, di quella zia di mio padre che lì, a Galatina, ci andava spesso, per scacciare il veleno della taranta che l’aveva morsa in campagna.
Mi metto a spiegare il passo base della donna, il saltello che rende tutto più dinamico, la seduzione che ci deve essere nell’incrocio di sguardi tra l’uomo e la donna che ballano al ritmo del tamburello. Tento di insegnare la danza che, ormai, ci rende famosi
in tutto il mondo a chiunque mi chieda di farlo. Tento di trasmettere quella stessa energia
che sento nei piedi già dal primo rullo di tamburello, dalla prima nota del violino. Raramente bado alla tecnica, raramente dico a chi vuole imparare a ballare la pizzica
che deve mettere i piedi e le braccia in un modo ben preciso. Perché credo che, a differenza di tanti altri tipi di danza, la pizzica non vada codificata: bisogna ballarla di pancia, bisogna staccare il cervello e lasciare che il proprio corpo segua la musica, che sia trascinato dal vortice della taranta.
Ricordo spesso le parole di una zia di mia madre, che, da brava insegnante di scuola elementare, quando ero bambina, ammirava il mio voler imparare a parlare il dialetto. Il mio scopo, a 8-9 anni, era semplicemente quello di rispondere correttamente ai quiz di traduzione che la mia storica compagna di banco mi proponeva, mettendo alla prova la mia
non conoscenza di termini per me sconosciutissimi.
Lo scopo di mia zia, però, era ben diverso. Lei diceva sempre: “Bisogna insegnare a scuola il dialetto, la cultura popolare. Perché è da lì che veniamo, è quello che ci ha generati.”
Forse solo ora, vivendo lontana dalla mia Terra, riesco davvero a comprendere le sue parole.
Perché sono convinta che ovunque andrò, ovunque noi Salentini andremo, ogni volta che un tamburello suonerà, il morso, seppur spirituale, della Taranta, farà il suo effetto. Sempre.

Pubblicato in Cultura e Società | Lascia un commento

Figli d’Irlanda

Ho visto un film un po’ di tempo fa.
Parlava di una donna anziana, fervente cattolica e piena di vitalità. Per certi versi, mi ricordava mia nonna. Vedevo in quella anziana signora la stessa, irrefrenabile voglia di fare
che trovo in mia nonna e che ogni volta mi lascia basita.
La donna del film, però, ha una storia molto diversa.
La donna del film si chiama Philomena ed è irlandese.
Da giovane, viveva in un convento, insieme a tante altre ragazze come lei. Incinte, senza marito. Partorivano in convento, con l’aiuto delle suore, che concedevano ospitalità alle madri e ai loro figli in cambio di lavori per il convento stesso. Lavanderia, il lavoro più comune. Il più faticoso,per le mamme che avevano partorito fuori dal matrimonio. Faticoso, ma non l’unica punizione per loro: quella più grande era il poter vedere i propri figli solo per un’ora al giorno.
Philomena era una donna forte, che non si preoccupava dello sforzo fisico
ma che cercava di guadagnare i soldi necessari a pagare la libertà sua e di suo figlio e lasciare il convento. Lavorava tutto il giorno duramente in attesa di quei 60 minuti con il figlio. Finché, un giorno, suo figlio sparì, preso da una coppia che lo portò in America,
lontano dall’unica persona che componeva la sua famiglia. Adottato? No, venduto.
Non si diede pace, Philomena.
Riuscì a lasciare il convento dopo qualche anno,si fece una famiglia e poi ritornò lì,
a cercare il suo piccolo Anthony.
Ma nessuno sapeva nulla, nessuno sapeva dove il figlio fosse finito.
Per anni proseguì le ricerche, nella speranza di scoprire che quel bambino che aveva messo al mondo fosse felice.
Quella donna che ho visto nel film, purtroppo, non è un personaggio di fantasia.
Quella donna, quella storia, è ispirata ad una storia vera.
Perché, in Irlanda, fino a pochi anni fa, i bambini figli di ragazze madri sono stati venduti.
O peggio, lasciati morire. Mi ha fatto molto riflettere, questa storia.
Non tanto per la questione etica e morale dell’avere un figlio fuori da un matrimonio o per l’illegalità dell’aborto in Irlanda o per il ruolo che la religione ha in questo Stato: sono temi delicati e importanti, sui quali si potrebbe disquisire per ore.
Questa storia mi ha fatto pensare alla dignità di tutti quei bambini che, senza colpa alcuna, sono stati venduti e ai quali è stata negata la possibilità di ritrovare le proprie madri, puniti come se fossero figli del demonio.
Questa storia mi ha fatto pensare che la dignità di quei bambini fosse inesorabilmente schiacciata sotto un moralismo che (permettetemelo) è quanto di più finto possa esistere.
Perché negare ad un bambino la possibilità di crescere con la propria madre, in nome di un ipotetico atto punitivo nei confronti della stessa, non è morale: è crudele.

Pubblicato in Diritti umani | Lascia un commento

Je suis…

7 Gennaio 2015. Parigi, Francia. Sede di Charlie Hebdo, rivista satirica irriverente, che pubblica vignette a tema religioso, ironizzando su cattolicesimo, islamismo e ebraismo. Due uomini armati fanno irruzione con dei kalašnikov e uccidono, in totale, 12 persone. Nei giorni successivi, altre 8 persone perdono la vita durante la caccia ai terroristi. Numero totale di vittime: 20. Si mobilitano i Capi di Stato più importanti, si organizzano manifestazioni di solidarietà in tutto il mondo, con Parigi che diventa, d’un tratto, il centro nevralgico di difesa della libertà di stampa. Facebook, Twitter, Instagram, i giornali e le TV di ogni angolo del pianeta si uniscono insieme al grido di “#JeSuisCharlie”. Io sono Charlie. Un modo per dimostrare la vicinanza alle famiglie delle vittime. Un modo per dire che ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione senza il rischio di essere ucciso.
Parola d’ordine: “Libertà d’espressione.”

9 Gennaio 2015. Gedda, Arabia Saudita. Piazzale della Moschea. Raif Badawi viene frustato 50 volte, pubblicamente. Tutti devono vedere. Tutti devono imparare. Lo dice il Governo saudita: quello che Raif ha fatto è sbagliato. Si è macchiato di una colpa gravissima, che lo ha portato ad una condanna pesante: 1.000 frustate, una multa di circa 196.000 € e 10 anni di carcere. Ha ucciso qualcuno? No. Ha violentato un bambino? No. Ha fatto esplodere una bomba? No. Ha aperto un blog? Si. Nel 2008. Dal titolo “Free Saudi Liberals”. Tema del blog: discutere il ruolo della religione in Arabia Saudita. Raif parla di religione, la critica, cerca di capire se e quanto questa influisca sulla politica del suo Paese. Per questo, viene condannato più volte per apostasia. Prima il carcere, poi il divieto di lasciare il Paese e infine la condanna più dolorosa: le frustate, in pubblico. 50 alla settimana, per 20 settimane. Poi un comunicato stampa che comunica che le frustate sono sospese. Ottima notizia? No. E’ solo una precauzione medica: secondo i medici, Raif è debole e ha delle ferite che ancora non si sono rimarginate e che impediscono di frustarlo di nuovo. Appena starà meglio, riceverà altre 50 frustate, in pubblico, nel Piazzale della Moschea di Gedda. Perché così dice la legge.
Parola d’ordine: “Libertà d’espressione? No, grazie.”

In sole 48 ore, in due parti del mondo diverse, 20 uomini muoiono per delle vignette satiriche irriverenti e un uomo viene fustigato per un blog di discussione politica.
La morte dei 20 uomini ci fa inorridire, ci fa alzare le matite, ci fa scendere in piazza e cambiare le nostre immagini del profilo di Facebook.
La fustigazione di un uomo…beh, probabilmente non ne abbiamo nemmeno notizia. I giornali non ne parlano: ci sono cose più importanti da dire.

Libertà d’espressione.
Sempre, non solo nel nostro meridiano.

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 19, Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Parigi, 1948.

Pubblicato in Diritti umani | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Viva l’Italia!

Torno a casa dall’Università, accendo il computer, vado su Internet. Tutto come al solito. Solito giro di perlustrazione su Facebook e poi un’occhiata alle testate giornalistiche più importanti, giusto per tenermi aggiornata su ciò che accade in Italia e nel mondo. Lo faccio tutti i giorni, da anni. Eppure, nonostante sia parte della mia quotidianità, a volte mi pento di farlo. A volte, dopo il solito giro su Facebook e la solita occhiata alle testate giornalistiche, mi chiedo chi me l’ha fatto fare.

Mi ritrovo a vedere videoclip che spronano a complotti contro Halloween, definendola una sorta di festa del demonio, una sorta di richiamo di Satana, una sorta di modo per portare i bambini verso la perversione. E ripenso a quando, ormai più di dieci anni fa, il pomeriggio del 31 Ottobre si passava tutti insieme, con i miei compagni di classe, a casa della nostra amica che faceva il compleanno. Prendevamo i sacchi neri dell’immondizia, facevamo i buchi per le braccia, mangiavamo la sua torta e poi andavamo in giro per Seclì alla ricerca di dolci e caramelle. Non ricordo perversioni, demonio o magia nera. Ricordo risate, zucchero, felicità.

Mi ritrovo a leggere del concorso di ingresso nelle scuole di specializzazione di medicina, dei miei 12.000 colleghi che hanno risposto a qualche domanda per poter guadagnare uno di quei 3.500 posti in specializzazione. Penso ai miei professori universitari, che di specializzazioni ne hanno anche più di una. Penso ai sacrifici che io e i miei colleghi facciamo, che le nostre famiglie fanno per poter farci avere un pezzo di carta incorniciato nel giro di 6 anni (ad andare bene). Penso alle aule stracolme di studenti, ai ricorsi al Tar, alle pubblicità di avvocati dalla dubbia moralità il cui slogan è “Non hai superato il Test? Non disperarti per un diritto negato!” Peccato che c’è chi, per avere il “diritto” di studiare medicina, abbia studiato fino allo sfinimento. Peccato che c’è chi, nonostante ciò, studi per avere il 75% di possibilità di fare, da grande, il laureato in medicina disoccupato.

Mi ritrovo a leggere di Mare Nostrum che chiude i battenti. E ripenso a quando, un anno fa, scrivevo dei migranti che non riescono ad arrivare alle nostre coste, dei migranti che muoiono in mare, tentando di raggiungere l’Europa, vista come porto sicuro. Mi viene in mente la mia coinquilina, che di ritorno dalla sua attività di volontariato al poliambulatorio Caritas di Roma mi dice: “C’erano due bambini oggi, avranno avuto tredici anni, in condizioni pessime. Erano sbarcati in Italia da pochi giorni, c’era il terrore nei loro occhi. Abbiamo dovuto costringerli ad andare in ospedale…non ci vogliono andare mai, sono convinti che così saranno rispediti in patria…ma a loro le cure servono.” Ripenso al collegamento in diretta da Lampedusa che un anno fa ascoltavo mentre manifestavo con Amnesty International davanti a Montecitorio, ricordo le parole di chi era sul posto, a descriverci la distruzione che poteva vedere. E mi chiedo perché l’Europa debba essere una barriera e non un luogo di accoglienza.

Mi ritrovo a leggere di Stefano Cucchi e, onestamente, è la notizia che più mi fa male, che più mi colpisce nel profondo. “Vale, te lo ricordi Stefano Cucchi? Quel ragazzo che morì poco dopo essere stato messo in prigione per droga…cercalo su Google, sicuramente ci sarà qualche foto” “Oddio Dè, ma ci sono le foto dell’autopsia! Come ha fatto a ridursi così?” Ah boh, non ci sono prove. Ci sono segni di percosse, lividi sul corpo di Cucchi. Ma boh. Non ci sono prove. Tutti assolti. Tutti felici. E così, per caso, mi viene in mente il caro vecchio Faber, con il suo “Mi cercarono l’anima a forza di botte”. Ma si sa, Faber un po’ esagerava sempre. Non scherziamo, in Italia queste cose non succedono.

Chiudo la pagina di Internet. Spengo il computer. Vado a dormire. Ma un secondo prima di addormentarmi penso: è davvero questo il Bel Paese?

Pubblicato in Senza categoria | 1 commento

Challenge Accepted

Un ping pong che ha fatto il giro del mondo, una serie di nomination che ha coinvolto tutto il mondo occidentale, migliaia di video postati su Facebook, su Youtube o su Twitter da personaggi più o meno famosi dello star-system nazionale ed internazionale, fino a coinvolgere le persone più comuni. Ne hanno parlato i giornali, la TV, ne è pieno zeppo il web. E’ forse l’hashtag più frequente delle ultime settimane: #IceBucketChallenge o “Sfida del secchio di ghiaccio”, per i non-anglofoni. Occorrente? Un secchio d’acqua fredda (meglio se ghiaccio), una videocamera (meglio se di uno smartphone), un aiutante che faccia da cameraman e un profilo su un qualsiasi social network. Procedimento? Mettersi davanti alla telecamera, tirarsi una secchiata d’acqua addosso e nominare altre persone. Lo scopo? Promuovere e incentivare le donazioni per la Ricerca contro la Sclerosi Laterale Amiotrofica, meglio nota come SLA.

La prima cosa che ho pensato quando ho visto il primo video in cui dei personaggi famosi partecipavano a questa sfida è stata perché avessero scelto proprio questo procedimento: “Forse perché una secchiata d’acqua fredda è un qualcosa di improvviso, di inaspettato, ma che ti lascia paralizzato. E la SLA non è poi così diversa.”

Il mio secondo pensiero, invece, è stato un ricordo: sono tornata con la memoria a qualche anno fa, quando partecipai ad una conferenza nella mia Università, tenuta dal dott. Mario Melazzini, medico specialista in Ematologia, venuto a parlare a noi studenti di medicina di una malattia che la gran parte di noi, essendo ancora troppo lontana dall’esame di Neurologia, aveva sentito nominare solo sui giornali, per la sua bizzarra prevalenza nel mondo del calcio. Si presentò a noi un uomo in sedia a rotelle, con un supporto su cui poggiare il mento, perché nemmeno i muscoli del collo erano più così forti da permettergli di stare con la testa dritta. “Non lo so quanto tempo ancora mi resterà da vivere. I miei muscoli respiratori ad un certo punto smetteranno di funzionare, avrò bisogno di un’assistenza ventilatoria. Non lo so se sarò ancora vivo tra 3 anni: ma non posso far altro che affrontare questa cosa che mi è capitata.”

Perché è questo che fa la SLA: con dei meccanismi non ancora chiariti, colpisce e porta ad una progressiva degenerazione i motoneuroni, cellule del sistema nervoso che si occupano dell’attivazione dei muscoli. I pazienti affetti da questa patologia restano totalmente lucidi, prigionieri del loro corpo, spettatori di una progressiva perdita della forza muscolare, di spasmi e fascicolazioni, completamente consapevoli dell’avvicinarsi (di solito anche abbastanza rapido) della loro morte.

Mi viene in mente Melazzini ogni volta che su Facebook leggo il classico commento dell’italiano medio, quello che deve fare polemica a tutti i costi: “Ma cosa si lanciano a fare l’acqua in testa? Dovrebbero staccare un bell’assegno…che è quello che serve” Oppure: “Ma si sa che lo fanno solo per farsi vedere…stanno cavalcando l’onda per avere un po’ di celebrità.” O ancora, quello che più mi ha fatto ridere: un ballerino, classica meteora del cielo Mediaset che non vedevo in TV almeno da tre o quattri anni, che davanti alla telecamera nomina “Tutti quelli sconosciuti che approfittano di questa cosa per farsi vedere sui social altrimenti sarebbero il niente assoluto”. Fino ad arrivare a chi se la prende con Ministri e politicanti vari, perché “dovrebbero abbassare i loro stipendi e dare soldi alla ricerca anziché chiedere le donazioni alla gente”.

Ora: siamo tutti d’accordo sul fatto che, specie in Italia, la Ricerca viene sempre dopo qualsiasi altra cosa (e i giovani ricercatori italiani ne sanno qualcosa) e che quindi, forse, i polemici dei Social Network qualche ragione ce l’hanno; ma ho delle domande da porre a voi lettori: prima dell’Ice Bucket Challenge, quante volte si era parlato della SLA sui mezzi di comunicazione? Quante persone avevano fatto, senza particolare motivo, una donazione per la ricerca contro questa patologia?

Penso sia questo quello su cui dobbiamo concentrarci: nel bene o nel male, i fondi raccolti sono aumentati. E se tra un paio di mesi qualcuno dovesse sognarsi di far partire una catena umana secondo la quale bisogna respirare elio da un palloncino e incitare, con voce stridula, a fare una donazione contro una di quelle malattie rare spesso dimenticate, perché non fruttose alle aziende farmaceutiche…beh, forse dovremmo semplicemente ricordarci di ciò che di positivo la sfida di quest’estate ha fatto: per una volta, tutte le persone del mondo hanno contributo, in un modo o nell’altro, ad una grande azione umanitaria. E, a mio modesto parere, questo non può e non deve essere qualcosa di cui sparlare. Mai.

Ps. Sono stata nominata anche io per la Ice Bucket Challenge. E’ vero, non mi sono tirata addosso nessun secchio d’acqua, ma ho voluto contribuire così alla diffusione del messaggio. Manca ancora la parte più importante: suggerirvi di fare una donazione all’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica, visitando il sito http://www.aisla.it/news.php?id=3197&tipo=57. Grazie. A tutti voi.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento