Je suis…

7 Gennaio 2015. Parigi, Francia. Sede di Charlie Hebdo, rivista satirica irriverente, che pubblica vignette a tema religioso, ironizzando su cattolicesimo, islamismo e ebraismo. Due uomini armati fanno irruzione con dei kalašnikov e uccidono, in totale, 12 persone. Nei giorni successivi, altre 8 persone perdono la vita durante la caccia ai terroristi. Numero totale di vittime: 20. Si mobilitano i Capi di Stato più importanti, si organizzano manifestazioni di solidarietà in tutto il mondo, con Parigi che diventa, d’un tratto, il centro nevralgico di difesa della libertà di stampa. Facebook, Twitter, Instagram, i giornali e le TV di ogni angolo del pianeta si uniscono insieme al grido di “#JeSuisCharlie”. Io sono Charlie. Un modo per dimostrare la vicinanza alle famiglie delle vittime. Un modo per dire che ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione senza il rischio di essere ucciso.
Parola d’ordine: “Libertà d’espressione.”

9 Gennaio 2015. Gedda, Arabia Saudita. Piazzale della Moschea. Raif Badawi viene frustato 50 volte, pubblicamente. Tutti devono vedere. Tutti devono imparare. Lo dice il Governo saudita: quello che Raif ha fatto è sbagliato. Si è macchiato di una colpa gravissima, che lo ha portato ad una condanna pesante: 1.000 frustate, una multa di circa 196.000 € e 10 anni di carcere. Ha ucciso qualcuno? No. Ha violentato un bambino? No. Ha fatto esplodere una bomba? No. Ha aperto un blog? Si. Nel 2008. Dal titolo “Free Saudi Liberals”. Tema del blog: discutere il ruolo della religione in Arabia Saudita. Raif parla di religione, la critica, cerca di capire se e quanto questa influisca sulla politica del suo Paese. Per questo, viene condannato più volte per apostasia. Prima il carcere, poi il divieto di lasciare il Paese e infine la condanna più dolorosa: le frustate, in pubblico. 50 alla settimana, per 20 settimane. Poi un comunicato stampa che comunica che le frustate sono sospese. Ottima notizia? No. E’ solo una precauzione medica: secondo i medici, Raif è debole e ha delle ferite che ancora non si sono rimarginate e che impediscono di frustarlo di nuovo. Appena starà meglio, riceverà altre 50 frustate, in pubblico, nel Piazzale della Moschea di Gedda. Perché così dice la legge.
Parola d’ordine: “Libertà d’espressione? No, grazie.”

In sole 48 ore, in due parti del mondo diverse, 20 uomini muoiono per delle vignette satiriche irriverenti e un uomo viene fustigato per un blog di discussione politica.
La morte dei 20 uomini ci fa inorridire, ci fa alzare le matite, ci fa scendere in piazza e cambiare le nostre immagini del profilo di Facebook.
La fustigazione di un uomo…beh, probabilmente non ne abbiamo nemmeno notizia. I giornali non ne parlano: ci sono cose più importanti da dire.

Libertà d’espressione.
Sempre, non solo nel nostro meridiano.

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 19, Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Parigi, 1948.

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