Il Ritmo nel Sangue

Scrivo questo post nel bel mezzo di un weekend molto molto particolare.
Due eventi importanti per la cultura popolare salentina si tengono, in contemporanea, a pochi chilometri di distanza: più vicino alla costa Adriatica, a Melpignano, la Notte della Taranta; per il lato Ionico, a Seclì, la Sacra de la Carne de Cavaddhru.
Eventi molto diversi tra loro, ma con alcune cose in comune: le gonne lunghe, i fazzoletti che sventolano, i tamburelli, la pizzica. Mi capita spesso, parlando con persone di altre province d’Italia, di sentirmi rivolgere la fatidica domanda:
“Ah ma sei salentina? E sai ballare la pizzica?”
“Certo”, rispondo io,“perché la pizzica mi scorre nelle vene”.
E allora mi metto a spiegare la storia della pizzica, delle Tarantate, della Cappella di San Paolo a Galatina, di quella zia di mio padre che lì, a Galatina, ci andava spesso, per scacciare il veleno della taranta che l’aveva morsa in campagna.
Mi metto a spiegare il passo base della donna, il saltello che rende tutto più dinamico, la seduzione che ci deve essere nell’incrocio di sguardi tra l’uomo e la donna che ballano al ritmo del tamburello. Tento di insegnare la danza che, ormai, ci rende famosi
in tutto il mondo a chiunque mi chieda di farlo. Tento di trasmettere quella stessa energia
che sento nei piedi già dal primo rullo di tamburello, dalla prima nota del violino. Raramente bado alla tecnica, raramente dico a chi vuole imparare a ballare la pizzica
che deve mettere i piedi e le braccia in un modo ben preciso. Perché credo che, a differenza di tanti altri tipi di danza, la pizzica non vada codificata: bisogna ballarla di pancia, bisogna staccare il cervello e lasciare che il proprio corpo segua la musica, che sia trascinato dal vortice della taranta.
Ricordo spesso le parole di una zia di mia madre, che, da brava insegnante di scuola elementare, quando ero bambina, ammirava il mio voler imparare a parlare il dialetto. Il mio scopo, a 8-9 anni, era semplicemente quello di rispondere correttamente ai quiz di traduzione che la mia storica compagna di banco mi proponeva, mettendo alla prova la mia
non conoscenza di termini per me sconosciutissimi.
Lo scopo di mia zia, però, era ben diverso. Lei diceva sempre: “Bisogna insegnare a scuola il dialetto, la cultura popolare. Perché è da lì che veniamo, è quello che ci ha generati.”
Forse solo ora, vivendo lontana dalla mia Terra, riesco davvero a comprendere le sue parole.
Perché sono convinta che ovunque andrò, ovunque noi Salentini andremo, ogni volta che un tamburello suonerà, il morso, seppur spirituale, della Taranta, farà il suo effetto. Sempre.

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