Arcobaleno

Il mio primo contatto con il mondo LGBT è avvenuto circa 3 anni fa. Ero appena diventata attivista Amnesty International e, in quanto tale, dovevo partecipare ad una formazione organizzata dalla ONG. “Iniziamo già da un tema difficile”, pensai mentre ero in metro verso la sede della formazione. Avevo tanti interrogativi, derivanti da quel poco che già sapevo sui gay, le lesbiche, i bisessuali e i transessuali. Tanti dubbi, tante domande e tante convinzioni. Iniziò la formazione e mi presentarono subito una sigla diversa da quella che conoscevo. Non si parlava più di LGBT, ma di LGBTIQ. La T diventò transgender. La I stava per intersessuali. La Q per queer. Non riuscivo a comprendere bene la differenza tra questi “gruppi”, mi sembravano dei concetti troppo sfumati. Allo stesso tempo, iniziavo a toccare con mano quanto l’argomento fosse complicato. Poi, ad un certo punto, prese la parola l’ospite esterno presente alla formazione: era uno dei membri di Famiglie Arcobaleno, associazione di coppie omosessuali che hanno dei figli. Ci raccontò di come funziona la maternità surrogata, della trafila che bisogna fare per portare un figlio nato in America fino in Italia e di come l’Italia riconosca un legame di parentela tra i bambini e uno solo dei suoi genitori. Andai via dalla formazione più confusa di come ci ero arrivata.

Poi ci furono nuove formazioni, il Gay Pride. Ho conosciuto molti gay, qualche lesbica, un paio di transessuali. E il mondo LGBT è diventato più vicino.

Poi ho visto come un Policlinico Universitario gestisce la burocrazia in questi casi. Ho visto la difficoltà nell’ottenere un consenso informato per un paziente in coma il cui unico contatto era il compagno omosessuale, che, per legge, era per lui un perfetto sconosciuto il quale, ovviamente, non poteva deciderne il trattamento. Ho visto la difficoltà nel sistemare un paziente transessuale in reparto (“ma lo mettiamo nella stanza donne o in quella uomini?”) perché per la legge lui non era ancora uomo, ma non era nemmeno più donna.

Ho raccolto testimonianze, parlato con miei coetanei. Una volta, alla Sapienza, l’Università alla quale chiunque associa un’immagine di apertura, di innovazione, quasi di anticonformismo, ho passato 20 minuti seduta su un prato a tentare di convincere uno studente di Giurisprudenza che l’omosessualità non è una malattia, che nessun gay, in un mondo in cui viene insultato ogni volta che è possibile, si sognerebbe di decidere di essere tale, ma che così ci è nato. E che, esattamente come me, ha tutto il diritto di voler passare la vita con la persona che ama, di viverci insieme, di essere tutelato se finisce in ospedale e ha bisogno che il compagno gli presti assistenza. Ma niente, me ne andai sconfitta. Il futuro giurista non era convinto.

È un tema complesso quello dei diritti LGBT, che l’avvento dell’opinione facile su Facebook ha solo ulteriormente complicato. Si confondono tante cose, si mischia la maternità surrogata con l’unione civile, si chiede il mantenimento della “famiglia tradizionale” mentre ci si pongono pochi problemi morali in caso di divorzi, tradimenti e compagnia bella. Ma, cosa che più di tutte mi sorprende, ci si immischia nella vita degli altri senza averne nessun diritto. Martin Luther King diceva “La mia libertà finisce dove comincia la vostra.” Ci sentiamo davvero così importanti da voler negare un’unione tra persone dello stesso sesso che non comporta nessun cambiamento nella nostra vita?

Dopo 3 anni di attivismo per i diritti omosessuali, ho molti meno dubbi, ma ancora tante domande. Devo ancora farmi un’idea chiara su tante questioni, ma di una cosa sono certa: per alcuni versi, provo una certa invidia nei confronti degli LGBT. Perché la forza e il coraggio che hanno nel chiedere che siano riconosciute per legge le loro relazioni è la più grande prova d’amore che si possa desiderare.

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