Sotto lo stesso sole

Sveglia alle 3. Uno sguardo agli altri 500 uomini che hanno dormito sotto il tuo stesso tetto, su un materasso poggiato per terra. Poi 5 euro consegnati a quell’uomo, che ti garantiscono un posto su quel furgone da 9 persone in cui sarete in 25. Direzione: campi di pomodori. Sotto il sole, d’estate, 40°C. Fino alle 17. A pranzo un panino e una bottiglia d’acqua. Costo totale 5€. A fine giornata…”Quanti ne hai raccolti?” “15 quintali” “Sono 20€”. 10, togliendo le spese di trasporto e panino.

No, non è una storia dei tempi di Lincoln nell’America del Nord e riadattata in Euro. No. Questa è una storia, ascoltata dalla bocca di chi l’ha vissuta: Yvan Sagnet, 28 anni, originario del Camerun, ma in Italia per studiare ingegneria al Politecnico di Torino. Aveva finito i soldi, nel 2011, Yvan. Niente più borsa di studio, nessun modo per mantenersi all’Università. Così, gambe in spalla, è partito per il Sud Italia per lavorare nei campi di pomodori, come centinaia di altri suoi conterranei. Ma, abituato alla vita a Torino, non si aspettava di trovare quelle condizioni di lavoro: nessuna tutela, un contratto non rispettato e uno sfruttamento oltre i limiti dell’immaginazione. “Se qualcuno di noi si faceva male, doveva pagare 20€ per essere portato in ospedale”.

Resto allibita dalle sue parole. Mi sembra davvero tutto troppo surreale. Eppure è proprio di fronte a me: un ragazzo alto, ben vestito, ingegnere. Eppure lui, proprio lui, ha vissuto in condizioni disumane, sfruttato da un caporale il cui unico scopo era fare soldi sulle spalle di centinaia di immigrati, per lo più irregolari, trattandoli come feccia della società, come se loro, per il semplice fatto di essere disperati e senza una lira in tasca, potessero essere trattati ignorando la loro dignità di uomini. Parla di storia vissuta, Yvan. Parla di come, dopo soli 4 giorni di sfruttamento, ha deciso di coinvolgere tutti i suoi colleghi e ribellarsi a quel sistema che permetteva loro di guadagnare il minimo per sopravvivere. Parla del suo lavoro attuale di giovane sindacalista che cerca di convincere i migranti a pretendere i loro diritti, per smettere di essere trattati come bestie ed essere trattati, invece, come esseri umani.

Quando finisce di parlare, ho i brividi. Non solo per la storia che ha raccontato o perché, finalmente, ho una percezione tangibile di cosa sia il caporalato in Italia. No. Quando finisce di parlare ho i brividi perché non riesco a non pensare a quelle tre parole che ha detto all’inizio: “Nardò. Masseria Vulture”. Era lì che lui viveva nel 2011. E nel frattempo, come fosse un film, immagino due scene che si sovrappongono. Estate 2011: me, stesa in spiaggia a Santa Maria ad abbronzarmi…poi dissolvenza…Yvan Sagnet che raccoglie pomodori per 13 ore al giorno, pagato appena 10€.

La nostra pelle è toccata dallo stesso sole, la nostra melatonina è prodotta nello stesso modo. Ma il mio è un sole che vuol dire relax, il suo è un sole che rende solo più duro un lavoro da immigrato, regolare, sfruttato a pochi passi da casa mia.

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Medicina della crisi o crisi della medicina?

La prima lezione universitaria della propria vita fa sempre un effetto strano. Ci si rende conto subito che è il segno di inizio di un nuovo percorso, neanche lontanamente paragonabile a tutto ciò che si è vissuto fino a quel momento. Ci si sente cresciuti, ma allo stesso tempo troppo piccoli in un mondo che non si conosce per niente.

Se si è fortunati, poi, si ha la sensazione che si è seduti nel posto giusto, a frequentare delle lezioni di quel corso di laurea per il quale tanto ci si è impegnati. Chi, come me, studia medicina, se ne rende conto subito. Dopo mesi passati su EdiTest e AlphaTest vari, la matricola di medicina si accorge che ce l’ha fatta, che essere in quell’aula gli permetterà di raggiungere, prima o poi, lo scopo che si è prefissato: curare qualcuno che sta male.

Quella matricola che, alla prima lezione di Anatomia Umana, sente l’odore della medicina, è una persona piena di speranza, di voglia di fare, di passione per quello che sta studiando. Libri, atlanti, malattie. Poi camice, fonendoscopio e guanti. Man mano, andando avanti negli anni, lo studente di medicina assapora cosa vuol dire essere un medico, impara nuove cose, capisce qual è il farmaco da dare ad ogni paziente. Ma, ahimè, il suo mondo è ancora pieno di bambagia. Perché, è vero, ogni studente di medicina (io per prima) si lamenta di quanto poco vede i pazienti, di quanto poco spazio i medici danno agli studenti, di quanto il sistema universitario italiano ci prepari ad essere dei cumuli di nozioni che poi non sanno nemmeno fare una puntura. Ci affanniamo, destreggiandoci tra i libri, le lezioni e la frequenza in reparto, per cercare di diventare dei medici in gamba.

E’ difficile, molto difficile. Ma tutti noi, mossi da una gran passione e voglia di fare, proviamo a farlo. Sono tanti gli scogli che dobbiamo fronteggiare: tra questi, però, i più alti non sono i classici “mattoni della medicina” come Fisiologia o Farmacologia. No. Quello che più spaventa uno studente di medicina del 2014 è la totale incertezza di quello che sarà domani.

Chi si laurea in medicina ha una grande difficoltà nell’accedere alle Scuole di Specializzazione, per una grave carenza di fondi per le borse di studio. Cosa vuol dire? Che l’Italia investe ogni anno un mucchio di soldi per formare laureati in medicina che, in circa il 70% dei casi, non potranno fare i medici, perché il Sistema Sanitario Nazionale non può assumerli se non sono specializzati. E se non ci sono fondi per le specializzazioni, non ci sono giovani medici specializzati. Se non ci sono giovani medici specializzati, quando gli anziani andranno in pensione, avremo un accumulo di laureati in medicina che non posso essere assunti e tantissimi posti vacanti da riempire, con un chiaro peggioramento dell’efficienza della Sanità stessa.

Come se non bastasse, nell’aria aleggia un secondo spauracchio: la denuncia. Spesso ci sembra un problema lontano, ma anche uno studente di medicina un po’ più anziano sa che una delle cose più complesse che dovrà imparare sarà riuscire a scegliere la migliore strategia terapeutica per cercare di far guarire il suo paziente e, nel frattempo, evitare di beccarsi una denuncia per malpractice. “Medicina difensiva”: è questo il termine che ora va di moda. In pratica, vuol dire cercare di fare il proprio lavoro in modo da non incappare in gravi problemi giudiziari solo perché c’è chi, su un errore medico, ci sta speculando alla grande.

Non voglio osannare l’intera categoria dei medici, sia chiaro. Di nuovo ahimè, come in ogni professione, anche nella medicina c’è chi è bravo e chi lo è meno: ma, se mi dovessi immaginare a fare il medico tra 20 anni, credo che non riuscirei ad essere perfettamente lucida se una spada di Damocle costantemente incombesse su di me. Probabilmente, il rischio che potrei correre sarebbe quello di concentrarmi più su quanti moduli ho firmato, su quanti esami ho richiesto, su quante siringhe ho usato, piuttosto che guardare in faccia il mio paziente e fargli un sorriso o scambiare due parole di conforto.

Da studentessa di medicina al quinto anno, la cosa che più mi spaventa, adesso, non è il non riuscire a trovare un lavoro o a diventare il più grande medico della storia. No. La cosa che più mi spaventa è che la “medicina della crisi” diventi una “crisi della medicina”: una crisi in cui si perde il vero senso di quello che facciamo, in cui è più importante far quadrare i bilanci piuttosto che preoccuparsi di cosa prova chi sta soffrendo.

Il centro della medicina non è la malattia, ma il paziente. E’ da qui che, con tutta la speranza che caratterizza i miei 24 anni, credo si debba ripartire.

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Punti di vista

Movimento, grandezza, senso di pace e serenità. Queste le prime cose che, da ragazza nata e cresciuta sulle coste salentine, mi vengono in mente appena penso al mare. Ma poi apro il giornale e mi accorgo che non tutti pensano le stesse cose che penso io. Tante, troppe persone vedono il mare come una (forse l’unica) speranza di salvezza, come un modo per raggiungere una vita migliore, come una possibilità per fuggire da un posto nel quale rischiano la vita ogni giorno e ripartire da un’altra parte. Così, si imbarcano, con tantissime altre persone come loro, su delle navi troppo piccole per così tanta gente. Così, affrontano viaggi lunghi giorni e notti interi. Così, rischiano la vita, perchè è l’unico modo per evitare una morte sicura nella loro patria, nelle loro famiglie.

E poi, arrivano sulle nostre coste: clandestini, li chiamiamo. Uomini senza nome, senza patria, senza vita. Li trattiamo come se fossero sbarcati sulle nostre coste per fare danno, per importare criminalità. Non ci ricordiamo mai che quegli uomini, quelle donne, quei bambini, hanno lasciato tutto ciò che avevano per la speranza di un futuro migliore.

No.

Li vediamo solo come scarti della società, come gli ultimi senza un soldo che, in Italia, creeranno solo problemi. Li vediamo come gli artefici dei peggiori crimini, delle peggiori crudeltà. E, piuttosto che accoglierli e cercare di aiutarli, li rispediamo in patria.

No, grazie, noi la vostra criminalità non la vogliamo.

Se, però, qualcuno di loro muore, se c’è un disastro e uno dei barconi affonda…beh, in quel caso tutti piangiamo. In quel caso, ognuno di noi si ricorda che quella gente era disperata e che la morte è stata per loro la sfortuna aggiunta alla sfortuna. In quel caso, e solo in quel caso, quelli che fino a cinque minuti prima erano clandestini, diventano nostri fratelli, da piangere come per un vero lutto.

Ogni volta che leggo sui giornali di barconi che affondano al largo di Lampedusa, di dispersi in mare, di bambini, donne, uomini morti durante la traversata verso l’Italia, ogni volta che leggo l’opinione di chi sostiene che queste persone non hanno il diritto di mettere piede nel nostro Bel Paese, mi stupisco di quanto sia corta la memoria del popolo italico.

Non eravamo forse noi italiani quelli che nel secondo dopoguerra emigrarono in Germania, Svizzera, Belgio o America in cerca di fortuna? Non siamo noi italiani quelli ancora oggi protagonisti di fiction sulla mafia in America? Non eravamo noi italiani quelli che venivano sfruttati, trattati male e discriminati negli Stati dove andavano a lavorare?

Qualche giorno fa, mi stupivo del pietismo italico nel piangere i morti delle stragi di Lampedusa, quelli stessi morti che se fossero arrivati vivi in Italia sarebbero stati tacciati di essere dei criminali. Poi, ho parlato con una donna, in Belgio, figlia di emigranti italiani. Mi ha raccontato che suo figlio, non più di 10 anni fa, veniva insultato con l’appellativo di “mangiaspaghetti” e, per questo motivo, non poteva entrare in alcune discoteche. Leggevo nei suoi occhi la rabbia di chi, come me, non riesce a spiegarsi perchè in Italia va bene essere un emigrato ma non un immigrato; la rabbia di chi, come me, non comprende perchè un Paese che ha visto i suoi figli fare la valigia e andarsene, sopportando le discriminazioni nello Stato adottivo, sia così ostile nei confronti di chi, in fondo, fa la stessa cosa che tanti dei nostri connazionali hanno fatto negli anni passati.

Abbiamo la “Festa dell’Emigrante”, ma non quella dell’immigrato: come se un nostro emigrante, non fosse un immigrato nel Paese dove si è trasferito.

Ognuno di noi ha un parente lontano figlio di un emigrante, all’estero: ci scommetto. Chissà se ci sarebbe piaciuto se tutti loro fossero stati respinti in patria o, peggio ancora, lasciati morire nelle acque del mare. Chissà.

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Ipossia

Vieni a galla nei ricordi
nel mezzo dell’oceano
spunti come un ramo secco
nel verde immenso a maggio
nelle cose che ho preso e che ho cambiato
ci sei e ci resterai
un “TI AMO” salvato andrebbe invece
sempre cancellato

così come il tuo bel nome
che ancora suona forte
via regali via dettagli
cornici solo vuote
se bastasse davvero tutto questo
sarebbe tutto a posto
ma ho paura che a questo giro invece
dimenticarti è poco

dimenticarti sarà per l’altra vita
questa è già piena di corsi e di ricorsi
di capelli tuoi tanti che ho raccolto
in casa e per la strada
di promesse che ho mantenuto solo
quand’era troppo tardi

la tua voce è un suono lungo
come una nave in porto
l’espressione del tuo volto
è chiara ma non troppo
questa lunga convalescenza spero
mi renderà più forte
ma se adesso qualcosa mi toccasse
troverebbe il vuoto

dimenticarti è poco e non ha senso
niente mi sposta da il punto che mi hai dato
sono troppe le cose a cui di colpo
hai tolto e luce e fiato
sono pezzi di vita che a fatica
avevo costruito

grazie di tutto eternamente grazie
meglio aver male che essere un fantasma
grazie per i tuoi giorni giovani che a me hai dedicato
grazie per i tuoi fronte contro fronte

dimenticarti è poco
dimenticarti è poco

…b.

Credo che questo testo parli da sé.

d.

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Bandiera bianca

22.22. Dicono che quando su un orologio digitale il numero delle ore è uguale a quello dei minuti, c’è qualcuno che da qualche parte ti sta pensando. Dicono che quando vedi quell’orario, devi essere felice, perché il fatto che qualcuno ti pensa vuol dire che per quel qualcuno conti qualcosa. Il problema resta capire chi è il qualcuno, che non sempre coincide con chi noi vorremmo che fosse. Ci concentriamo su alcune persone, speriamo che se chiudiamo gli occhi e pensiamo intensamente a loro, per qualche strano motivo la loro mente sia deviata verso di noi. Ma no, non funziona per niente così. Per quanto possiamo sforzarci, per quanto possiamo cercare di concentrarci sulla persona che vogliamo avere al nostro fianco, non c’è nulla che possa riuscire a far concentrare lei su di noi. Ci deve essere un interesse di base, che niente e nessuno può inculcare dall’alto. Quando riusciamo a realizzare l’assenza di questo interesse, però, spesso facciamo finta di non capire. Perché sapere di essere rifiutati è duro da accettare. Sapere che anche con tutti i nostri sforzi, con tutte le nostre accortezze, le nostre attenzioni, non riusciremo a raggiungere il nostro obiettivo, non è per niente facile da gestire.

E come quando l’uomo perde Dio, io non voglio capire in fondo che non ci sei. E mi tengo stretto il sogno mio e ti lascio finire i giorni, i tuoi giorni, nella mia testa accanto a me.

Negramaro

Ma, miei cari, armatevi di santa pazienza. Perché, ad un certo punto, bisogna ammettere una sconfitta, bisogna riconoscere i propri limiti. Se noi facciamo del nostro meglio, ma la reattività è pari a quella di un muro…beh, è arrivato il momento di lasciar perdere. E’ arrivato il momento di abbandonare il nostro obiettivo e, se proprio vogliamo, cercarne un altro. Spendere energie alla conquista di qualcuno che a malapena scambia qualche parola con noi, senza nemmeno farsi sfiorare dal dubbio che ci possa essere qualcuno che per lui sta facendo il possibile, non è assolutamente conveniente. Dichiarare la resa: è questa la parte difficile. Abituarsi all’idea che tutto ciò che abbiamo sperato per giorni non avrà mai uno svolgimento, ma che il suo epilogo è arrivato prima del prologo. Abituarsi all’idea che chi fino ad allora ha rivestito per noi un ruolo fondamentale, anche per poche parole dette nel momento giusto, non potrà mai diventare nulla di più di ciò che già è. Anzi, converrebbe quasi che quella persona, per un po’ di tempo, si volatilizzasse, per permetterci di dimenticare i momenti in cui stavamo bene, i momenti in cui avremmo voluto fermare il tempo e impedire che quella felicità, che lentamente e con fatica avevamo conquistato, andasse via. Ma no, nemmeno questo si può fare. Tutto ciò che ci renderebbe la vita più semplice e la felicità più vicina è, ahimè, inesistente. La felicità si raggiunge con il sudore della fronte, con gli sforzi, con i momenti di sconforto. Personalmente, adesso non ho voglia di impegnare tutte le mie energie in questi sforzi. Dichiaro bandiera bianca.

Alla prossima.

d.

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Autoimmunità

Piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

G. d’Annunzio

Recitava così una delle poesie che meno ho apprezzato alle medie e che ho imparato a conoscere solo al liceo. Piove. E io sono qui, stesa sul mio letto, a sentire il ticchettio delle gocce che cadono sulla finestra della mia stanza. E io sono qui. Che mi sento al sicuro, come protetta da quello che c’è fuori, da quello che all’esterno sta succedendo. E come per contrappasso, mentre sono protetta dall’esterno, sento che forse la protezione di cui avrei più bisogno è quella da me stessa. Dai miei pensieri, dalle mie azioni, dai miei desideri. Che spesso sono pericolosi, che spesso mi fanno mettere in gioco quando non dovrei e che invece mi frenano quando c’è da osare…odio i miei pensieri delle volte, perchè mi fanno analizzare tutto, mi fanno analizzare troppo, e che quindi mi rendono eccessivamente riflessiva. Agisco di testa. Agisco con il devo. Non agisco più con il vorrei. Ho paura di distruggere, ho paura di disfare. Mi piace l’equilibrio..e ora i miei pensieri il mio equilibrio lo distruggono. Definire le cose. O ridefinirle. Deve essere questo lo scopo. Un ritorno alle origini, con l’eliminazione di quelle sensazioni che adesso mi caratterizzano e che non dovrebbero farlo. E’ semplice, forse: basterebbe staccare il cuore per un attimo, basterebbe smettere di concentrarsi sulle emozioni e pensare di più ai fatti. Non importano le mie sensazioni, non importa se ho le strette allo stomaco, non importa se mi sembra che tutto stia filando bene. Importano i fatti, importa come si comporta chi c’è intorno a me. Importano i gesti, non le congetture. E se questo vuol dire che devo stare ferma, immobile, a guardare il tempo che passa e che mi ruba minuti preziosi per la mia felicità, va bene. Non mi muovo. Sono ferma. Anche se questo vuol dire risultare insensibile. O indifferente, nella peggiore delle ipotesi. Non sono così. Il mio cuore mi dice che non devo essere così. Lui dice che devo seguire il mio istinto, buttarmi a capofitto nelle cose come ho sempre fatto. Ma no. A me serve una protezione dal mio cuore: mi serve che sia inibito, che sia controllato, che faccia meno danni possibile. C’è il cervello, fortunatamente. C’è il cervello, che provoca in me una sorta di autoimmunità: distrugge ciò che io stessa produco. Distrugge i miei pensieri, li reprime, li gestisce e li controlla. Così, nello stesso corpo, vivono due me: una che segue il cuore e una che segue la testa. Un conflitto interno che mi porta a non comprendere più chi tra le due ha ragione e chi torto; un conflitto che spesso mi fa fare cose stupide. La testa è forte. La testa ce la può fare a controllare tutto, a controllare il sentimento. Perchè è lei che deve vincere. Perchè è lei l’unica a portarmi alla serenità. Non il cuore, che è imprevedibile, che mi fa fare mille problemi, che mi conduce verso delle strade impervie, ricche di insidie, che mi costringono ad essere triste. E io non lo voglio essere. Voglio essere la solita, voglio essere quella che mette passione nelle cose che fa, ma che non si lascia condizionare dagli eventi, che può essere capace di controllarli, con sicurezza, senza paura di fallire. O, peggio, di distruggere. E anche se il cuore mi dice di scommettere sul mio futuro, di scommettere sulle mie sensazioni, di perdere il mio equilibrio, la testa mi dice che è la decisione sbagliata questa. Ho il mio equilibrio ora. E devo riuscire a conservarlo. Non vorrei. Ma devo.

Alla prossima.

d.

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Selezione naturale

Sono fatta così. Mi fisso. Quando non capisco una cosa, mi fisso. Sto lì a riflettere finchè non ho trovato un senso logico a quello che ho davanti a me. Lo faccio sempre. Anche per le cose più inutili. Forse non dovrei, perchè questo fissarmi mi fa perdere energie, mi fa perdere tempo. Ma sono così. E non ci riesco a non farlo. Perchè questo potrebbe essere un problema? Perchè non funziono così solo per biochimica. Non funziono così solo se sto studiando la regolazione della glicolisi o il funzionamento degli ormoni tiroidei. Funziono così per tutto. Osservo le cose, peso le parole, i gesti, i movimenti delle persone. E ci penso su per cercare di capire se quello che fanno ha una qualche motivazione, se, anche nell’inconscio, ognuno di noi segue un filo logico. A volte lo trovo, ma molte altre volte no. E allora rimango un po’ a riflettere, ma poi il più delle volte lascio perdere. Per poi, alla fine, quando c’è quel nuovo “indizio” che mi fa rimettere in carreggiata sulla mia indagine, ritrovarmi a pensare che la mia intuizione era quella giusta. E’ spesso, molto spesso così. Ed è così che, normalmente peso le persone. Le valuto in base a come si comportano con me, a come si comportano con gli altri. Non mi cerchi? Ok, non ti cerco nemmeno io. I rapporti, di qualsiasi genere, si costruiscono in due. Non hai voglia di sentirmi? Ok, me la farò passare anche io. Ognuno i suoi spazi, ognuno le sue decisioni. Vogliamo fare gli amici di facciata? A recitare sono sempre stata brava.

Sono arrabbiata oggi, sono davvero arrabbiata. Perchè faccio di tutto per gli altri, faccio l’amica, la gentile, la simpatica. Sempre. Eppure, alla fine, sono sempre io quella alla quale le cose vanno male. Forse è vero che la cattiveria paga. Forse è vero che ad essere meno disponibile si guadagna. Perciò da oggi mi voglio impegnare a non esserci per nessuno, ad essere meno disponibile. Rimarrò sola forse. Ma non fa niente. Non serve avere intorno persone che spariscono, poi riappaiono e poi spariscono di nuovo. Anche se quelle persone sono per me fondamentali. Anche se, oggi, come ieri, e come ogni giorno della mia vita, io per quelle persone darei l’anima. Anche se quelle persone me le ritrovo a vagare nei miei pensieri sempre. Anche se quelle persone sono quelle che più ho voglia di vedere.

“Cercherò mi sono sempre detta cercherò
troverai mi hanno sempre detto troverai
per oggi sto con me mi basto
nessuno mi vede
e allora accarezzo la mia solitudine”

America, Gianna Nannini

Una volta mi dissero che non faccio mai niente per niente. Bene, è arrivato il momento di dare ragione a chi me lo disse. Non ho più intenzione di dare energia a rapporti ai quali la mia energia non serve. O non interessa. Chi vuole esserci nella mia vita, sono certa che un modo per riuscirci lo troverà. Gli altri…beh, gli altri vedrò di abituarmi a non averli più.

Alla prossima.

d.

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